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P. Borruso |
| Il PC e l'Africa indipendente |
La decolonizzazione africana ha avuto uno spazio rilevante nella politica estera del Partito comunista italiano e nell’elaborazione di un nuovo internazionalismo. Sulla base di un ingente materiale documentario, il volume ricostruisce l’impegno comunista in Algeria, nelle colonie portoghesi (Guinea Bissau, Angola, Mozambico) e nel Corno d’Africa. Attraverso una politica «africana» – oscillante fra ideologia e pragmatismo, ma espressione di una posizione ‘terza’ rispetto al pur imprescindibile rapporto con l’URSS – il PCI ha contribuito a sostenere sul piano ideologico e politico le lotte di liberazione e a tenere in vita la pur fragile prospettiva di una «via africana al socialismo». Tuttavia il confronto con i nodi irrisolti dell’Africa postcoloniale, nonché con un quadro internazionale assorbito dalla guerra fredda, faceva maturare la percezione,
pur indecifrata, di una crisi dell’afromarxismo come fondamento ideologico dello Stato africano indipendente. Con la scomparsa di Berlinguer nel 1984 e gli avvenimenti internazionali degli ultimi anni Ottanta, l’azione comunista ha finito per ritirarsi dalla scena africana, lasciando privo di eredi il crescente lavorio di oltre un ventennio. |

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O.
De Napoli |
| La prova della razza |
Attraverso quali strumenti giuridici fu possibile perseguitare gli ebrei (e non solo) in Italia? Quali discussioni, quali costruzioni ideali accompagnarono le leggi razziali? Il libro propone di analizzare il periodo degli anni Trenta con uno sguardo di insieme, dal razzismo coloniale alle leggi contro gli ebrei. L’introduzione del virus razzista nell’ordinamento giuridico italiano fu causa di un deterioramento generale della vita del diritto, una crisi che per come si configurava coinvolgeva tutti, non solo gli ebrei, non solo i sudditi coloniali. |

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G. Fiocco |
| Da Hiroshima all'11 settembre |
Quando il 6 agosto 1945 il primo bombardamento atomico della storia ridusse in cenere la città giapponese di Hiroshima, non fu subito chiaro che un nuovo tipo di guerra stava prendendo forma. La successiva invenzione della bomba all’idrogeno e l’allestimento di imponenti arsenali nucleari resero di lì a poco manifesto l’approdo del genere umano alla capacità di autoestinzione. Mentre il graduale instaurarsi dell’«equilibrio del terrore» contribuiva fortemente a impedire una guerra mondiale fra Est e Ovest, nel Sud del pianeta si svolgeva una lunga serie di conflitti legati al proliferare di nuovi Stati. Il presente lavoro di sintesi cerca di raccontare vicende e temi sia del conflitto mondiale preparato e mai combattuto, sia delle guerre locali realmente avvenute, riflettendo sulle connessioni tra i due piani, ovvero sull’intreccio tra guerra fredda e decolonizzazione. |

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G. Garavini |
| Dopo gli imperi |
L’integrazione europea viene ancora prevalentemente interpretata come fenomeno attinente i rapporti fra Stati nazionali, compromesso pacifico tra Francia e Germania dopo le tragiche vicende della seconda guerra mondiale, oppure messa in relazione con la Guerra fredda e con gli alti e bassi delle relazioni transatlantiche. Per spiegare le radici dell’Unione Europea bisogna però risalire al momento della decolonizzazione, comprendere l’evoluzione e gli esiti dello scontro fra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, cioè dello scontro fra Nord e Sud del mondo, negli anni Sessanta e Settanta. Gli esiti del confronto furono alla radice del fenomeno della globalizzazione, e del modo in cui in esso si sono collocati i Paesi europei.
La nuova interpretazione proposta della natura dell’integrazione europea spiega anche le difficoltà, non solo economiche, in cui versa oggi l’Unione Europea. |

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M. Rovinello |
| Cittadini senza nazione |
In un Mezzogiorno raggiunto da piccoli ma variegati flussi migratori, tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento quasi 5000 francesi di ogni ceto e origine fanno di Napoli una tappa importante della propria multipolare e intergenerazionale mobilità.
Il volume tratteggia le linee di questa composita presenza, indagando la sfera privata e professionale di queste persone, spiegando le ragioni della loro notevole integrazione nel tessuto socio-economico partenopeo e mostrando come prossimità culturale e comunanza religiosa con gli indigeni riescano a stemperare l’auto e l’eteropercezione della loro alterità nazionale. Il senso d’appartenenza alla Nation intesa come popolo-nazione si mostra ancora largamente estraneo all’orizzonte mentale di questi migranti e la ‘francesità’ diviene una risorsa da sfruttare all’occorrenza, soprattutto quando essi si relazionano con le autorità pubbliche del Regno, a loro volta incapaci di definire con nettezza la dicotomia nazionale/straniero sulla base del nuovo concetto di cittadinanza elaborato negli anni della Rivoluzione. |

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